Il cielo

Renato Zero

R. Zero

(1977)

Quante volte ho guardato al cielo
ma il mio destino è cieco e non lo sa…
che non c’è pietà, per chi non prega e si convincerà
che non è solo una macchia scura…il cielo…

Quante volte avrei preso il volo
ma le ali le ha bruciate già
la mia vanità e la presenza di chi è andato già
rubandomi la libertà…il cielo…

Quanti amori conquistano il cielo
perle d’oro nell’immensità
qualcuna cadrà, qualcuna invece il tempo vincerà
finché avrà abbastanza stelle…il cielo…

Quanta violenza sotto questo cielo
un altro figlio nasce, e non lo vuoi
gli spermatozoi, l’unica forza tutto ciò che hai…
ma che uomo sei se non hai…il cielo…

Tempo per imparare…

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Un giorno forse imparerò che esistono sogni e sogni, quelli che nascono di luce, partorite da stelle gravide da secoli e che aspettano soltanto il vagito del cuore per cantarti dentro nuova musica, nuovi colori, altro mare e poi altri sogni, sogni di stracci.. attorcigliati in mezzo alle pieghe dei tuoi fazzoletti di pianto…piccoli ritagli di pezze sgualcite che ti bendano l’anima per farti sorridere un momento ancora prima del prossimo nodo;
Un giorno imparerò che ci sono al mondo persone e persone, quelle che di te hanno saputo raccogliere sprazzi di luce, gioie leggere, abissi intensi di anima viva, calda tenerezza e piacevole dolcezza di un fiume che scorre lento dopo mille burrasche e nel suo letto riposa ogni tristezza prima di nascere ancora nel mare… e ne hanno fatto una carezza d’amore, un abbraccio nella più spietata solitudine e persone che hanno preso, preso soltanto, tutta la tua ostinata tensione nello sbalzo siderale verso il sole, la tua malinconia, la tua vibrante nostalgia , le tua immaginazione e fantasia e tutta la poesia che scrivi con gli occhi e ne hanno fatto il loro sguardo facendoti sentire una piccolo scarabocchio sdolcinato e patetico sputato di getto su fogli leggeri da prendere al volo…prima di sparire in un soffio di vento;
Un giorno imparerò che ci sono giorni e giorni, quelli che ti svegli ed hai già l’oro in bocca e sai di zucchero e miele…baci ogni cosa, mordi tutto con una fame che è più di ingordigia è piuttosto tanta voglia di riempire, uno spazio, un minuto ed un solo secondo di vita e vita da esplodere in un boato di allegria che non ti regge nemmeno le gambe e saltelli come una trottola tra ricordi e sorrisi , mani e pelle con gli occhi che fanno scintille mentre i tuoi sguardi disegnano arabeschi e giostre di mille colori…e giorni che potresti poltrire nel letto fino a domani inseguendo le tristezze una per una come fossero briciole di pane lasciate nel bosco e sai che ti condurranno nella caverna scura ma non te ne importa nulla, perchè ti piace ogni tanto morire anche così…immersa nei tuoi segreti, nella memoria che ti porta ovunque, ovunque tu vuoi a scartare caramelle dolcissime, mentre assapori quel retrogusto amaro che lasciano tutte le cose belle che non possono tornare;
Un giorno imparerò a smettere di mettere il segno su tutto per non dimenticare, un segno su ogni persona, su ogni amore, su ogni dolore, su ogni giorno e ogni singola goccia di lacrima…i segni sono vie misteriose che mi portano anche dove non vorrei mai più tornare, sono chiavi che aprono mille porte e che poi ti fanno smarrire nei labirinti del cuore…sono fili che muovono marionette che raccontono favole e storie…peccato a volte … per qualcuna di queste avrei scelto un altro finale!
Oggi ho ritrovato per caso un “segno”.. è una Poesia di Neruda…pensare che l’avevo completamente rimossa, forse non era ancora tempo di ricordare, è passata una vita ma ho provato la stessa emozione della prima volta a rileggerla! Benedetti segni…quanto mi riporterete indietro quello può accadere una sola volta e basta  ma che dura per Sempre?
La Regina
Io ti ho nominato regina.
Ve n’è di più alte di te, di più alte.
Ve n’è di più pure di te, di più pure.
Ve n’è di più belle di te, di più belle.
Ma tu sei la regina.
Quando vai per le strade
nessuno ti riconosce
Nessuno vede la tua corona di cristallo, nessuno guarda
il tappeto d’oro rosso
che calpesti dove passi,
il tappeto che non esiste.
E quando t’affacci
tutti i fiumi risuonano
nel mio corpo, scuotono
il cielo le campane,
e un inno empie il mondo.
Tu sola ed io
tu sola ed io, amor mio,
lo udiamo.

Come in uno specchio

La prima versione di questa bellissima canzone, di Eugenio Finardi
contenuta nel cd “Il vento di Elora” del 1989

Contiene “The Portage Philosophy” di Richard Beauvais

Fa male sentirsi rifiutati e rigettati dalla gente
Per tutto o per niente ma in fondo il perché non é importante
Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati

Ho bisogno di un rifugio, di rifugio da me stesso
Si sopprattutto da me stesso e ne ho bisogno proprio adesso
Da una donna o da un amico, dalla mamma o dal marito
Da un amore ch’é finito male, da un figlio che non vuole più tornare

Lo so ti senti solo
A volte così solo
Anch’io mi sento solo
Solo come te

Per uno sbaglio nel tuo passato, un piccolo errore da niente
Che quasi ti era uscito di mente, ora ti senti condannato
E vorresti essere forte o magari vorresti essere morto
Perché così fa troppo troppo male, no così non può continuare

Hai bisogno di un rifugio, di rifugio da te stesso
Ma guardati come sei messo, ti sta crollando il mondo addosso
E ti senti così perso, come un cucciolo sull’autostrada
E sei così spaventato che oramai ci hai quasi rinunciato

Lo so ti senti solo
A volte così solo
Anch’io mi son sentito
Solo come te

E’ che a volte ci raccontiamo storie e ci gonfiamo delle nostre parole
Per poi ritrovarci prigionieri delle bugie che dicevamo ieri
Ci allontaniamo dalla gente per paura di essere sinceri
Per non mostrar le nostre debolezze nemmeno agli amici più veri

Se ti senti troppo vecchio, troppo vecchio stanco e consumato
Guarda a me come in uno specchio anch’io lo sono stato
Solo tu puoi farcela macredimi non puoi farcela da solo
Anche tu hai bisogno degli altri e forse gli altri hanno bisogno di te

E non sarai più solo
Ormai non sei più solo
Ma se ti senti solo
Vieni da me

The Portage Philosophy
(Richard Beauvais)

We are here because there is no refuge
finally from ourselves
until a person confronts himself in the eyes and hearts of others
he is running
until he suffers them to share his secrets he has no safety from them
afraid to be known he will know neither himself nor any other
he will be alone
wherelse but on this common ground can we find such a mirror
here at last a person can appear clearly to himself
not as the giant of his dreams nor the dwarf of his fears
but as a man, part of a whole with his share in its purpose
on this common ground we can each take root and grow
not alone anymore as in death
but alive to ourselves and to the others

We are not alone
we are not alone…

Siamo qui perché non abbiamo alcun
rifugio dove nasconderci da noi stessi.
Fino a quando una persona non confronta se stessa negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
Fino a che non permette loro
di condividere i suoi segreti,
non ha scampo da questi.
Timoroso di essere conosciuto non può conoscere se stesso né gli altri;
sarà solo.
Dove altro se non nei nostri punti comuni possiamo trovare un tale specchio?
Qui, finalmente, una persona può alla fine manifestarsi chiaramente a se stessa non come il gigante dei suoi sogni, né come il nano delle sue paure,
ma come un uomo parte di un tutto
con il suo contributo da offrire.
Su questo terreno comune noi tutti
possiamo mettere radici e crescere,
non più soli come nella morte,
ma vivi a noi stessi e agli altri.

Perché non siamo soli,
non siamo soli…..

Chi più chi meno

Vedi, anch’io ho i limiti miei,
E uccidermi ancora, non puoi,
Vedi, va così, la vita è di chi,
Più chiedi, e più, gli dai…
Un’altra guerra e sia,
L’ultima sulla pelle mia,
Là dove c’era ancora amore.
Chi più chi meno,
Senza rimorsi andava via,
Lasciando il vuoto, dove prima era poesia.
Tocca a te,
Dov’era un uomo, un ombra c’è,
Prenditi quello che rimane.
Chi più chi meno,
La tua stessa avidità,
Ladri di sempre, della notte che non che non sa.
Dietro di me, profili, e città,
Un uomo, che va, e non sente.
Chi, ti capirà, che siede al posto mio,
Che il mondo che vive, è il mio.
Un’altra guerra e sia.
Chi più chi meno,
Senza rimorsi andava via,
Lasciando il vuoto, dove prima, era poesia…
È crudeltà.
Tornare a vivere, chissà …
Tu mi hai insegnato, cosa è odiare …
Adesso insegnami, l’amore che cosa è.
E se domani avrà, due braccia anche per me….

Lei

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Non ti innamorare mai di una come lei…

Ti ritroveresti in un mondo fatto di

ombre di alberi che ballano al ritmo del vento,

di boschi nei quali si alternano meandri oscuri

dalla vegetazione fitta, irta di rovi,

ispida e tormentata, come spesso è il suo cuore,

ed ampie radure scaldate dai raggi del sole

dove poterti dissetare attingendo

alle acque fresche e pure di un ruscello
Dovresti imparare a specchiarti nei sogni,

a viaggiare cavalcando la coda delle stelle,

a vedere oltre le apparenze,

a bere i suoi baci e godere del suo corpo.

Dovresti imparare a capire i silenzi,

e parole non dette, le lacrime nascoste,

ad accettare che lei si prenda cura di te ,

che entri nel tuo mondo con la sua irruenza,

la sua allegria, la sua voglia di vivere

con il suo essere semplice e complicata nello stesso momento.

Dovresti imparare a superare le barriere

che sono state erette, a scalare le montagne a piedi scalzi,

a sfiorare le sue ferite,

a metterla al centro del tuo mondo

ed a farti mettere al centro del suo mondo…

non innamorarti di una come lei

ti perderesti nei suoi sorrisi  appena abbozzatI

nei  suoi  occhi socchiusi alla luce

che timida filtra dalle tapparelle

mentre rincorre  frammenti e parole

ovattate e soffici sensazioni che accarezzano come piume

la pelle ancora calda di sonno,

dovresti  sentirla leggera  mentre scivola

percorrondo i  tuoi sensi

muovendosi rapida insieme ad emozioni che non conosci

non innammorarti di una come lei

che sempre morbida ti accoglie e altrettanto

morbida ti lascia un tocco tra alba e tramonto

e resta

prima che il giorno possa farti scordare

il suo passaggio.

G.M

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