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Per tutta la vita vi hanno fatto sentire in colpa per ciò che volete più intensamente.
Eppure vi dico : amate, amate, amate le cose che desiderate, perchè sarà il vostro amore ad attrarle a voi.
Quelle cose sono il materiale della vita.
Se le amate, amate la vita!
Quando dichiarate di desiderarle, annunciate di avere scelto tutto il bene che la vita ha da offrire! (…)
Per tutta la vita vi hanno insegnato che è meglio dare che ricevere. Eppure non potete dare ciò che non avete.
Datevi abbondante piacere, e avrete piacere in abbondanza da donare agli altri.

Conversazioni con Dio – libro secondo- Neale Donald Walsch

 

Questa Gioia

 Alla fine ci si arrende. Si perché fino ad un certo punto riesci a lottare, a crederci, a sperare. Poi basta, esaurisci le forze, la voglia, il desiderio stesso. E allora decidi e vai via, via per la tua strada

Sono spossata, stanca..torno da un viaggio lunghissimo, qualche mese ho lasciato il Mare per una scarpinata nella terraferma, un percorso irto e difficoltoso scalando una montagna, E’ stata una gita affascinante, ho irrobustito i muscoli delle gambe,tonificato glutei , accumulato graffi e ferite dalle piante selvatiche e mi sono bruciata il viso con il Sole forte delle alte vette.

Sono qui, dopo questa ardita spedizione a godermi un riposo guadagnato,svuoto il mio sacco improvvisato  e stendo su un tappeto di prato ogni cosa raccolta durante il cammino, pongo tutto sopra i fili d’erba ancora bagnati di rugiada mattutina facendo attenzione a non sciuparli con il peso dei miei sassi, si,perchè in realtà gran parte del contenuto è costituito da pietre…di tutte le forme e di tutti i colori, e poi fiori, impronte su rocce, muschio e foglie mai viste.

Cercavo la Gioia, qualcuno mi ha detto a suo modo che si nasconde tra la terra e il cielo,in mezzo ai rami  dell’albero della Vita, tra i fiori di campo e nel ciglio delle strade, tra i cespugli di bacche selvatiche e gustose,tra i tramonti e le aurore scrutando la linea di un’orizzonte lontano, tra gli ululati dei lupi che guardano che gridano alla luna e le fiamme di un fuoco acceso nella notte in mezzo al bosco per ripararsi dalle intemperie del tempo quando nemmeno le stelle possono farti da manto.

Ho cercato la Gioia, l’ho perseguitata con i miei passi e il mio fiato corto mentre lei mi sfuggiva giocando a nascondersi, qualche apparizione ogni tanto per non farsi dimenticare per invogliarmi a desistere dalla paura di averla smarrita per sempre; questa Gioia che salva dai deserti sterminati dove cade l’anima, questi spazi inumani, dove la tristezza prima frana, poi scuote e infine inghiotte, da queste terre ignote si fugge prima o poi perchè la Nostalgia della felicità, afferrata, intravista, abbracciata anche soltanto un attimo nell’arco di un’intera esistenza  sprona al viaggio per ritrovarla.

L’ho trovata,accaldata, madida di sudore , rossa di eccitazione, effervescente di stupore e meraviglia, bagnarsi nelle acque sorgive delle vette imbiancate di neve,l’ho vista staccarsi dalla sua cornice dorata nella quale l’avevo rinchiusa, dentro il bel quadro oleoso di rimpianti,  mi è venuta incontro,ho respirato l’odore del suo passo,  l’ho attesa e non con il coraggio degli eroi, ma sperandola sfogliando i miei quaderni ingialliti di ricordi pensando infine che il passato vicino al presente si era trasformato in qualcosa di irreale come i disegni di fumo che la sigaretta fa sul soffitto mentre sputo segnali…l’ho intuita mentre mi sembrava che il mondo non fosse altro che una giravolta in più tra queste figure informi di fumo che mutano a ogni sbuffo d’aria e cambiano di tono a seconda del tremolio della candela di Dio…l’ho invocata mentre nell’anima sentivo soltanto la tentazione di infilarmi io stessa dentro quel quadro, con la mia pelle ambrata, nascondendo sotto la gonna il mio sesso, cancellandolo,penetrandolo per dimenticare tutto il resto con tutto questo niente che reclama amore con dentro il cuore i nomi che mi si mescolano e i tempi che si incrociano nell’eternità con l’unica speranza che non sia una replica dove si moltiplicano le trame vuote, le ombre illuse e gli echi.

Questa benedetta Gioia! Declamata, bramata,ribadita,agognata…questa Gioia, così confusa nei piccoli piaceri sottoposti alle cause del tempo che ne assolve o condanna la sorte, mimetizzata tra pelle e i vestiti che indossi, stirata tra le pieghe per non lasciarla esplodere senza prima imprigionarla in un paio di occhi, nella bocca e nelle mani di chi ti sfiora e ti tocca…questa Gioia, sconfinata e immensa come solo può essere qualcosa che ti viene a trovare una volta e rimane per sempre, che non puoi rinchiudere,incorniciare,esporre nel tuo tempio di carne e battiti perchè come ogni tempio potrebbe essere depravato, distrutto,posseduto, bruciato e dimenticato ma lasciata libera di vagare nelle sue radure di pace e bellezza che sono i luoghi  antichi e primordiali del cuore dove tutto è possibile, tutto può sempre accadere…boschi incantati, foreste di vegetazioni, laghi di profumi , questa stessa Gioia che ignora chi sei, da dove vieni e dove vuoi andare…ti trascina nel suo mistero  di strabiliante dolcezza, ti cattura, ti stringe e ti abbraccia narrandoti  la storia di un posto dove l’indolenza conta quanto un sbuffo di solitudine…cenere dispersa nel vento mentre la Vita accade altrove… piena di gratitudine, svuoti il tuo sacco, lo riempi delle sue carezze, scavi una buca ai piedi di una montagna che incuriosita ti guarda, sventolando alberi come fossero mani complici  e seppellisci un tesoro che soltanto tu  quando vorrai potrai ritrovare.

 

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Stasera sono qui, in una periferia qualunque, si assomigliano tutte in qualsiasi parte del mondo, raccontano di vite faticate, allo stremo, di dignità difesa ad ogni costo, di voglia di “esserci” nonostante l’abbandono in cui versano. Ma la periferia in cui cammino è la mia, quella linea che traccia il confine dell’anima col mondo, quella in cui sono veramente me stessa. Mi ci aggiro a piedi nudi (l’anima ha un pavimento fragile!), senza trucco, conto tutte le crepe prodotte dal tempo e dall’usura dei sentimenti, ognuna ha un nome, una storia tutta sua, insieme formano un reticolo sulle mie pareti, ingarbugliato, comprensibile a pochi. Ci metto il dito dentro, le percorro col polpastrello, emettono suoni alternati e confusi di risate, di pianti, di sospiri. Come in un braille leggo nomi, date, incontro parentesi che racchiudono incisi che credevo dimenticati, scorro volti, nel farlo inciampo su tarsie traballanti, quasi divelte, che formano il mosaico del mio tempo. Alcune, al tatto, si sgretolano, perdono materiale, come laterizi inservibili e consunti e non c’è cemento che possa ricompattarle perchè c’è un capocantiere che decide che non ne vale la pena. Ci sono poi quelle crepe in embrione che chissà mai se si fistolizzeranno, sono quelle di là da venire o di là da sparire, quelle delle ipotesi, che forse non diverranno mai assiomi, risparmiandomi nuovi cedimenti, nuovi crolli. Mi guardo intorno, i miei lampioni sono là, fedeli nel loro sfocato chiarore, le panchine vuote pure, ma ho come la sensazione che stia per finire un’era, che ci sia un cambiamento strutturale in atto..non so. Quello che so per certo è che vorrei portare su tela tutto questo, colori, dimensioni, prospettive, controluce, ma mi ci vorrebbe il pennello di Hopper e il suo tocco metafisico, quello che sa fare elegia della solitudine.