Tesori di Sicilia

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Ruormi nicuzza.

Ruormi cu l’ancili.

U munnu è senza pararisu.

A terra avi spini e picca rosi e strati ri petri ca fanu sdurrubbari.

Tu ruormi, mentri ca si nica e u ciatu tuou fa ciauru ri latti.

Crisci e puoi talia unni mietti i pieri tuoi e cerca ri luvari i spini

e cogghiri sulu rosi mienzu e cuticciuna.

Maria Bugliarisi

Una melodia per il cuore!

Sicilia mia!

Testo di Mokarta – Kunsertu

Bella figliola ca ti chiami Rosa

chi bellu nomu mamma a te t’ha misu

t’ha misu u nomu bellu di li rosi

lu megghiu ciuri di lu paradisu

bella figliola ca ti chiami Rosa

bella figliola ca ti chiami Rosa…

Passu di notti e ti salutu strada

cu ‘na vampa nto cori e vuci ardita

e nu salutu a mia finestra amata

cca dintra c’è na rosa culurita

rosa chi di li rosi ammuttunata

rosa a tinutu ‘n pedi la me vita

passu di notti e ti salutu strada…

iu sta canzuni la lassu stampata

cca dintra c’è na rosa culurita

ti pozzu offriri sulu ‘na cantata

sulu sta vuci mi detti la vita

pueti sunaturi e stampasanti

camparu sempri poveri e pizzenti

passu di notti e ti salutu strada…

e nesci rosa t’ha diri ‘na cosa

e nesci rosa t’ha diri ‘na cosa

e nesci rosa t’ha diri ‘na cosa ‘na cosa

e nesci nesci rosa!!!

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Traduzione di Mokarta

Bella figliola che ti chiami Rosa

Che bel nome tua madre ti ha messo

Ti ha messo il nome bello delle rose

Il più bel fiore del Paradiso

Bella figliola che ti chiami Rosa

Passo di notte e ti saluto strada

Con un fuoco nel cuore e una voce ardente

E un saluto alla finestra amata

Ché dentro c’è una rosa colorata

Rosa dalle rose circondata e protetta

Rosa hai tenuto in piedi la mia vita

Passo di notte e ti saluto strada

Io questa canzone la lascio scritta

Chè dentro c’è una rosa colorata

Posso offrirti solo una cantata

Solo questa voce mi ha dato la vita

Poeti suonatori e madonnari

Hanno sempre vissuto poveri e pezzenti

Passo di notte e ti saluto strada

Esci Rosa, devo dirti una cosa

e esci rosa devo dirti una cosa

e esci rosa devo dirti una cosa

e esci esci rosa!!!
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“Bella figliola ca ti chiami rosa, chi bellu nomi mammite t’ha misu”.

Affonda nelle storia della Sicilia dell’Evo Medio il nome di una delle canzoni siciliane contemporanee più belle e struggenti.

Nel 1072 i Normanni capeggiati da Ruggero d’Altavilla, diciannove anni prima di mettere in fuga, in quel di Scicli, l’emiro Belcane, sconfiggevano il condottiero arabo Mokarta, che in quelle terre si era stabilito costruendo un castello.

La località Mokarta fu elevata a Vescovado e divenne una delle città regie Normanne. Ospitò il primo parlamento regionale nel 1097.

I siciliani capirono, primi in Europa, l’inutilità della democrazia, e per questo, a Mokarta, inventarono il Parlamento, che oggi si chiama Assemblea regionale Siciliana.

Nei secoli il nome Mokarta ha cambiato area semantica, diventando luogo d’incontro e di partenza: nel mazarese esiste una piazza Mokarta, dove c’è un faro che è diventato richiamo dei viaggiatori d’oggi.

La canzone Mokarta

Nel 1989 la band band siciliana Kunsertu scrisse una canzone dal titolo Mokarta.

Il brano è stato scritto da Maurizio Mastroeni e Pippo Barrile (quest’ultimo la canta), è una notturna (il termine Siciliano per intendere la serenata) dedicata ad una donna di nome Rosa e di cui il testo si ispira a brani classici del repertorio tradizionale côlto della musica siciliana, quali ad esempio …E vui durmiti ancora! o al celebre passo Rosa fresca aulentissima di Cielo (o Ciullo) d’Alcamo dalla quale prende in prestito il nome per la fanciulla oggetto d’amore del poeta.

Bellissima l’immagine degli “stampasanti”, che al pari dei poeti, vivono poveri e pezzenti.

Abbiamo tradotto liberamente “stampasanti” col termine italiano “madonnari”.
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Kunsertu è stato un gruppo musicale siciliano attivo dalla fine degli anni ottanta al 1994.
Il gruppo nasce a Messina e raggiunge un notevole successo a livello nazionale già dal secondo album, “SHAMS”, pubblicato nel 1989 per la New Tone Records.

La loro musica miscela sapientemente le tradizioni provenienti da diversi angoli del mediterraneo, Sicilia e Maghreb, a cui si aggiungono influssi provenienti dall’Africa nera, dando vita ad un risultato originale ed esplosivo, soprattutto dal vivo.

Fondamentale l’apporto delle due voci leader, Pippo Barrile (messinese) e Faisal Taher (palestinese), non solo per le loro qualità timbriche e melodiche, ma anche per le possibilità di esplorazione musicale offerte dall’aver a disposizione una voce mediorientale e poterla intrecciare con una occidentale.

I testi e la musica scritti da Maurizio “Nello” Mastroeni e arrangiati dai Kunsertu, affrontano spesso tematiche legate all’attualità, dalle stragi nei campi profughi palestinesi al dramma dell’immigrazione, ma non disdegnano intermezzi leggeri e romantici (la loro “Mokarta” è ormai entrata tra i classici).

Dopo la pubblicazione del loro terzo lavoro (“Fannan”, 1994), il gruppo si è sciolto.

Dalle loro ceneri, nel 1996, sono nati i “Dounia”, nel 1999 gli Zongaje e nel 2005 Nemas (acronimo di Nello Mastroeni). Giacomo Farina entra invece nel gruppo degli Asteriskos, già presenti dal 2002.

N.B:  Quando ascolto musica della mia bella terra…mi sembra di viaggiare con il cuore in un altro mondo!

Cu ti lu dissi (Sicil.)
Cu ti lu dissi ca t’haju a lassari
megliu la morti e no chistu duluri
ahj ahj ahj ahj moru moru moru moru
ciatu di lu me cori l’amuri miu si tu.

Con il fil di ferro ci hanno legato, “Curù”….nenti e nuddu ci po’!

Colapesce…

… sugnu cca….
sugnu cca o maista’

nta stu funnu di lu mari,
ma non pozzu cchiu’ turnari
vui prigati a la Madonna,
staiu riggennu la culonna

..Sono come te Culapisci…dal fondo del mio mare reggo la mia colonna..anche da qui si sente vento che smuove e agita e quando piove mi arrivano gocce in faccia che pungono come chiodi…la terra trema, traballa… ma il Mare  a me pare più forte!

Blu Mare

Le persone si inventano elaborate scuse, quando non hanno il coraggio di dirti una semplice verit--.
Sono arrivata in questo altro Mare con niente..soltanto notte nel cuore, con mani nodose come ceppi di vite…e capelli increspati di polvere antica, il Mare mi ha accolto tacendo con il suo mormorìo inspiegabile che canta strisciando su rocce prima di essere musica…qui il tempo perduto mi ha riacciuffato mentre il presente continuava a colpire ferendomi riportandomi indietro gioie dimenticate..ho pianto a dirotto fino a pulire gli occhi..e poi non ho resistito alla tentazione di inabissarmi, è straordinario, incredibile come i fondali di questo mare siano così Blu! Non azzurri, celesti, ma blu..come il fondo che non ho, blu come la seta della mia anima così perennemente inquieta ma morbida che al tatto si mescola con altre anime e danza tra le pieghe di altri cuori..blu, intenso, carico..fondali inesplorati, tesori nascosti svelati ad ogni perlustrazione..in questo Mare respiro, respiro l’aria che mi manca e inalo gocce di possibile speranza..perle e poesia, anche tutte quelle date in pasto ai porci nel vano tentativo di barattarli con un po’ di bell’amore..in questo Mare io sono così come mi vedi, non indosso nulla se non i graffi e questa dolce pelle, porto gli occhi che non sono più cambiati da quando ho imparato a riconoscermi in qualcosa,qualcuno o forse soltanto a vedermi per ciò che sono. Da questo Mare posso udire nenie della mia lontana terra, a  volte il vento mi regala i suoi profumi: gelsomino, zagara, cannella…e il sole il calore della mia nostalgia sempre accesa.

Ovunque andiamo le nostre radici ci seguono, attorcigliate strette tra ricordi e piccole malinconie, seguono i nostri passi e spesso ci precedono in una gioia lontana, scordata.

Amo ascoltare il Mare…ha sempre qualcosa da dirmi, sospira a volte e sembra sbuffare..ma so che in quel fiato io ci ritrovo il ritmo del tempo quando scappa senza potermi baciare, amo la salsedine delle sue acque hanno lo stesso sapore di tutte le lacrime che ho bevuto nel deserto dei miei giorni peggiori..amo il suo colore, il suo blu profondo..si mescola ai miei sguardi  quando osservo ma non so più in che direzione andare..amo, semplicemente amo ciò che ogni volta gli porto,quasi un’offerta..a sancire un patto di alleanza  in nome della pace…e soprattutto amo le sue carezze: onde sinuose che toccando  curano  da ogni inutile dolore.

 

 

 

Pluralità di un’isola

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Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei.Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l’amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s’accompagna un pessimismo della volontà. […] Il risultato di tutto questo, quando dall’isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un’enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l’isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d’Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico. […] Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò di contarle.

Gesualdo Bufalino