Null’altro

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Null’altro so fare che aprire strade tra i sassi
con la mia lingua tremante su teneri germogli di rose
mischiata con la mia terra alla fresca brezza
di ogni alito d’alba  d’amore

Nulla so fare tranne che smarrire il mondo
per poi sprofondare nel petto dove piove rugiada
dall’Alto
è la mia casa si veste di fiore
attraverso tutta la mia vita in un solo sospiro, tavolta
e davanti al Mare immenso mi sento
rigagnolo di fiume stanco.

Null’altro so fare
che rimestare e creare
ricomporre frammenti  correre
sommergermi
girare nella vertiginosa scia di ogni speranza
mia perduta
sospendermi tra abisso e volo
espormi ai venti
sporgere tutti i miei sensi, ansiosi,
smaniosi e impietriti
catturare una fiamma
accendermi e  bruciare…
se hai debole il cuore, salvati da me:
le mie armonie trasudano sangue, battiti e fremiti
audaci che cercano sponde tra i  lampi della lanterna
posta in mezzo al campo della mia oscurità.

Giusy Montalbano

 

 

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In nome di questo viso intravisto,
immagine effimera di un’infanzia,
faccio appello ai ricordi fuggiti,
oggi liberati:
mai,
mai più, approderemo
alle rive della nostra infanzia;
profumo tenace al centro del nostro essere
di quest’isola abolita.
Grandi ombre nutrici
degli alberi dove ci arrampichiamo,
difendete la vostra freschezza frusciante
nella cavità degli esseri ardenti?
Allora il giorno era più lungo
nello scivolarci tra le dita lisce,
più misterioso
nell’aprirsi sulla notte.
L’erba alta splendeva,
dolce per le nostre gambe nude.
Chi ci restituirà il gusto del vento
e quello dei ribes, sorsi di sole
sotto i nostri denti?
Eravamo quelle piccole bestie calde,
acciambellate nel fraterno sudore
con i visi confusi nello stesso ardore.

₪ Colette Nys-Mazure

 

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Poesia è veggente attesa nella penombra, poesia è abisso che sa della penombra, è attesa sulla soglia, è comunione e insieme è solitudine, è promiscuità e paura della promiscuità, così casta come il sogno del gregge dormiente, è tuttavia paura dell’impudicizia: oh, poesia è attesa, non è ancora partenza, ma perenne concedo…

 

Al colmo del cuore

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Scrutai i  miei giorni

spogliandoli di tempo ed attesa

sorseggiai il silenzio goccia a goccia

rimboccando la vita

tratteggiando la sosta.

Al colmo del cuore

mancava tutto e tutto stava

come i tuoi occhi

rimasti impigliati nei miei

e la tua  bocca sognata

appesa alla lingua  ruvida di  luna

che non tocca mare

al colmo del cuore

tu eri e sei

lo spazio e l’amore

che basta a  riempire.

 

Giusy Montalbano

 

Di noi e dei nostri sguardi spersi

padre-madre

“Bisognerebbe essere comunque grati ai propri genitori,

se non altro per il loro sangue

e il loro consenso alla nostra esistenza…”

Giusy Montalbano

 

Lei
due smeraldi sul viso diafano
e il sorriso divorato dallo spazio
cercando il suo posto innocente
con il suo nome frantumato
dall’impeto del fuoco del marchio.
Lui
orbite scure galleggianti nell’umido sguardo
incatenato alla scia di un profumo soporifero
con il suo vezzo di accoppiare calzini e rassettare cassetti
quasi un riscatto nel caos irruente
dei suoi pensieri tutti in ordine sparso.
Io
nata da loro di certo per futile caso
un crinale tra la sponda di due fiumi senza corsa
l’irta cornice di una storia d’Amore sgretolata
la parete rovente afflitta
dalle accuse e le colpe
la guglia silente  piena di voce
il vuoto balcone
il muro immobile dove rovente
respira ardente la stufa di una dimora negata.
Noi sommersi
con il fiato strinante nell’esistenza
senza sentieri e confini
a scavare nicchie ad ogni occhiata
ad occultare  con arte
la solitudine di sapersi soli
con le ciglia dell’anima
sconvolte da tanto vano patimento.
Giusy Montalbano

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A volte ho perso il Mare:
il silenzio delle sirene più atroce del loro canto
mi si posò sul cuore come un macigno
il tempo si sdraiò immobile
sipario indolente steso sugli occhi
Sì, io che navigo,  smarrisco
di tasche bucate è piena la mia anima
e la sera trova se stessa in me, nella mia assenza
eppure io attendo
tesso il Vento  con il Tuo Nome
e nella giostra infinita della nostalgia
Tu sorridi,
mentre urti contro la mia solitudine
ripercuoti
scossa su scossa,
Mare su Mare
tumultuosamente mi chiami amandomi!

Giusy Montalbano

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Ancora questo ritegno per le lacrime

nascosto ai sorrisi la penuria del tempo

che tutto divora

senza rassegnarsi mai.

Ancora coperta dai germogli fiorisce

primavera su questo scheletro di croce

nel centro esatto

di un meriggio infuocato

mentre cade muta la notte.

Di nuovo quest’anima spezzata sussulta,

vibra tremante sul dosso di una carezza

aleggia avvolta nel profumo

tra i colori dileguati di un’antica tenerezza

coglie il giglio d’ombra del tempo

per farne un canto d’eternità.

Giusy Montalbano

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“Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone.

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri) a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”
Reiner Maria Rilke (tratto da i quaderni di Malte Laurids Brigge)

Io non sarei mai stata

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Io non sarei mai stata

senza la penuria di papaveri

in un campo rosso acceso

dal mio sangue congelato in attesa di Sole

No, io non sarei mai stata

se escludo una casa disfatta

con la sua carta da pareti strappata

minuscole mappe

dove ho posato i miei sguardi perduti

io non sarei mai stata

se tolgo

tutte le cose rotte da cui sono circondata

morsi di rabbia che non ho saputo fermare

se levo

i segni neri tra le fughe della porcellana candita

il davanzale bagnato

e la finestra opaca, appannata

dove ho riposto il fiato

Credimi, io non sarei….mai stata

in ciò che sono è incluso tutto

solitudine e pienezza

attesa e disperazione

confine e alienazione

limite e varco

e ogni perla nata dal mio cuore lacerato

è goccia brillante di Gioia bellissima

mi adorna il cuore

in un strano ritratto

dove si nasconde la soglia

di un sorriso meraviglioso!

Giusy Montalbano

Del mio vivere inquieto

amoresss

 

Irrequieto

si svelò il mio vivere

una processione perpetua, lenta di giorni,

sfilate di croci più che lumi

tra lo scricchiolio dei passi sul pietrame asciutto

e la densa coltre di nuvole:

muro opaco tra me e il cielo.

Giorni nel tempo vele immobili nel Vento

sperdute e senza rotta

con l’unica sete che una meta sa muovere e placare

Una voce dimorò nei secoli della mia inquietudine

e la visione di un cipresso

che giace sulla nuda roccia

in una verde collina dai profili accesi.

Un solo canto lessi dalla Vita:

grida berberi e lontani,la marcia scalpitante

di un esercito di forza,

una melodia

un suono disadorno e puro

l’armonia nascosta e segreta che scorre

nel mio petto aperto da un fiume in piena,

scorsi la via, presi la strada

disseminata da odorose briciole di pane,

lungo la selva dei pensieri

trovai una lussureggiante radura

dove giaceva innocuo

il fulcro acceso di ogni mio dolore

senza farmi alcun male.

Giusy Montalbano