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E ancora non so
se sono un falco,
una tempesta
o un grande canto.

Rainer Maria Rilke

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In nome di questo viso intravisto,
immagine effimera di un’infanzia,
faccio appello ai ricordi fuggiti,
oggi liberati:
mai,
mai più, approderemo
alle rive della nostra infanzia;
profumo tenace al centro del nostro essere
di quest’isola abolita.
Grandi ombre nutrici
degli alberi dove ci arrampichiamo,
difendete la vostra freschezza frusciante
nella cavità degli esseri ardenti?
Allora il giorno era più lungo
nello scivolarci tra le dita lisce,
più misterioso
nell’aprirsi sulla notte.
L’erba alta splendeva,
dolce per le nostre gambe nude.
Chi ci restituirà il gusto del vento
e quello dei ribes, sorsi di sole
sotto i nostri denti?
Eravamo quelle piccole bestie calde,
acciambellate nel fraterno sudore
con i visi confusi nello stesso ardore.

₪ Colette Nys-Mazure

 

Di libri e parole

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«Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca.
Amo Puskin perché è limpidezza, ironia e serietà.
Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza.
Amo Stevenson perché pare che voli.
Amo Cechov perché non va più in là di dove va.
Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda.
Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.
Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo.
Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista.
Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui.
Amo Poe dello Scarabeo d’oro.
Amo Twain di Huckleberry Finn.
Amo Kipling dei Libri della Giungla.
Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima.
Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia.
Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria e misura.
Amo Dostoevskij perché deforma con coerenza, furore e senza misura.
Amo Balzac perché è visionario.
Amo Kafka perché è realista.
Amo Maupassant perché è superficiale.
Amo la Mansfield perché è intelligente.
Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto.
Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più.
Amo Svevo perché bisognerà pur invecchiare.
Amo…»

Italo Calvino – Durante un’intervista a L’Europeo del 1980

Ed io amo le parole…quelle sparpagliate tra pagine e pagine, quelle pensate, cercate, trovate, scrutate e ricamate, perché le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni  che catturano, imbrigliano per portarti altrove, dove il cuore chiede di stare.

G.M

 

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“Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone.

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri) a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”
Reiner Maria Rilke (tratto da i quaderni di Malte Laurids Brigge)

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Nata sotto una stella arrabbiata e respirata dal campo, fui quell’erba fragile che radica tra il sale del molo e l’umido sartiame.
Quella che conosce dei gabbiani il pianto e muore sposa dell’onda al primo abbraccio.
Ma per te, amore, e per la memoria d’amaro che ancora morde le radici nude, ho scelto d’essere seme di rivolta.
Quell’erba che crepa i marciapiedi…

 

Ho scelto d’essere frantumatrice di paradigmi.
Scavalcatrice di barriere, attraversatrice di confini.
Li ho dentro, confini e frontiere – meticcia da diecimila anni! – e vado, nomade e poeta, avanti e indietro tanto che non ne rimane uno intatto: cancellati come fossero segnati sulla sabbia, ed i miei fossero su di essi passi di danza.

 

Sicuramente, assai poco di ciò “che sta bene”, sta bene a me.
Da niente di ciò “che si usa” mi lascio usare senza rivoltarmi.
Per questo, spesse volte pago – è vero – ma pago con un sorriso del quale molti darebbero chissà cosa per avere il segreto…
E’ un sorriso che mi fu regalato tempo fa…. quando…

 

Giovane ginnasiale, avevo la bisaccia ancora vuota, ma ferrea la volontà di riempirla non foss’altro che di sogni.
Una sera la solitudine mi tagliava e mi apriva.
Dal mio petto mieteva il coraggio, con il suo afono filo di falce ottusa e mi stremava.
Allora Eschilo, dai miei libri di greco, sussurrò: “Il sapere ha potenza sul dolore”.
Ed io, annuendo, gli sorrisi…

Sa Cantadora

 

 

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«Respirava come una nuotatrice e sorrideva allo stesso tempo, poi navigava sempre più veloce, andava ad arenarsi su una spiaggia e umida, la bocca aperta, ancora sorridente, come se a forza di grotte e di acque profonde, l’acqua fosse diventata il suo elemento e la terra il luogo arido in cui lei, come un pesce grondante, soffocava felicemente.»

Albert Camus Carnet, pensando a Mi

 

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Per tutta la vita vi hanno fatto sentire in colpa per ciò che volete più intensamente.
Eppure vi dico : amate, amate, amate le cose che desiderate, perchè sarà il vostro amore ad attrarle a voi.
Quelle cose sono il materiale della vita.
Se le amate, amate la vita!
Quando dichiarate di desiderarle, annunciate di avere scelto tutto il bene che la vita ha da offrire! (…)
Per tutta la vita vi hanno insegnato che è meglio dare che ricevere. Eppure non potete dare ciò che non avete.
Datevi abbondante piacere, e avrete piacere in abbondanza da donare agli altri.

Conversazioni con Dio – libro secondo- Neale Donald Walsch

 

I nostri piccoli eventi privati attendono sempre un testimone, qualcuno che sa e che tramanderà agli altri. È faticoso muoversi nell’ombra, è come spiare senza essere visti. La clandestinità e il segreto esigono una memoria infallibile. Ma spesso le motivazioni di un segreto non nascondono nulla di riprovevole e il segreto è semplicemente la nostra melodia, quella che ci incanta e che ci fa stupefatti testimoni della vita altrui. Non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto. Raccontare è semplicemente questo: è un patto, un incantesimo. Il filo invisibile che ci lega al ricordo, al fatto che gli eventi e le persone ritornino come ombre. Il giorno in cui lasceremo l’incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, quel giorno noi stessi saremo già soltanto un ricordo, o un’ombra.
(Sotto Falso Nome)