Di noi e dei nostri sguardi spersi

padre-madre

“Bisognerebbe essere comunque grati ai propri genitori,

se non altro per il loro sangue

e il loro consenso alla nostra esistenza…”

Giusy Montalbano

 

Lei
due smeraldi sul viso diafano
e il sorriso divorato dallo spazio
cercando il suo posto innocente
con il suo nome frantumato
dall’impeto del fuoco del marchio.
Lui
orbite scure galleggianti nell’umido sguardo
incatenato alla scia di un profumo soporifero
con il suo vezzo di accoppiare calzini e rassettare cassetti
quasi un riscatto nel caos irruente
dei suoi pensieri tutti in ordine sparso.
Io
nata da loro di certo per futile caso
un crinale tra la sponda di due fiumi senza corsa
l’irta cornice di una storia d’Amore sgretolata
la parete rovente afflitta
dalle accuse e le colpe
la guglia silente  piena di voce
il vuoto balcone
il muro immobile dove rovente
respira ardente la stufa di una dimora negata.
Noi sommersi
con il fiato strinante nell’esistenza
senza sentieri e confini
a scavare nicchie ad ogni occhiata
ad occultare  con arte
la solitudine di sapersi soli
con le ciglia dell’anima
sconvolte da tanto vano patimento.
Giusy Montalbano
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Un suono

Di cosa è fatto un cammino? : Di strade e vie, dritte, tortuose, di salite e discese , sentieri irti e scoscesi…un dedalo di percorsi in cui è impossibile non smarrirsi almeno una volta.
Un cammino è fatto di orizzonti e mete, di terre e mare, sguardi nel mondo che abbracciano la vita, inseguono un sogno e corrono nel tempo.
Un cammino è fatto di posti, rifugi o trappole dove posarsi o cadere ed è fatto di tutti, quelli che incontri e coloro con cui ti scontri.
Io sono una vagabonda…cammino da sempre e non so stare a lungo ferma da qualche parte, ma porto con me ogni luogo che ho incontrato e ogni cuore che mi ha fatto da casa, porto con me le funi di cui mi sono liberata e la corteccia  di qualche anima grande che è stata la coperta  nelle notti più oscure, porto con me le mie parole e quelle che mi  sono state pane…porto tutto quello che vado cercando e dimentico un pezzo di strada per volta perchè non diventi paese, dimentico tutto per ricordare e penso allo specchio del Mare e alla brezza, al suo flebile canto tra le mie vele, a come  questa nenia sia pari alla gioia che dondola e ti lascia addosso soltanto un suono.
Giusy Montalbano

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A volte ho perso il Mare:
il silenzio delle sirene più atroce del loro canto
mi si posò sul cuore come un macigno
il tempo si sdraiò immobile
sipario indolente steso sugli occhi
Sì, io che navigo,  smarrisco
di tasche bucate è piena la mia anima
e la sera trova se stessa in me, nella mia assenza
eppure io attendo
tesso il Vento  con il Tuo Nome
e nella giostra infinita della nostalgia
Tu sorridi,
mentre urti contro la mia solitudine
ripercuoti
scossa su scossa,
Mare su Mare
tumultuosamente mi chiami amandomi!

Giusy Montalbano

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Ancora questo ritegno per le lacrime

nascosto ai sorrisi la penuria del tempo

che tutto divora

senza rassegnarsi mai.

Ancora coperta dai germogli fiorisce

primavera su questo scheletro di croce

nel centro esatto

di un meriggio infuocato

mentre cade muta la notte.

Di nuovo quest’anima spezzata sussulta,

vibra tremante sul dosso di una carezza

aleggia avvolta nel profumo

tra i colori dileguati di un’antica tenerezza

coglie il giglio d’ombra del tempo

per farne un canto d’eternità.

Giusy Montalbano

Ascolta

 

 

Se un temporale ti ha
fermato sulla strada
in qualche posto
in cui nessuno passa mai,
se un improvviso arcobaleno
ti fa quasi pensare
che quella è la firma di Dio,
ascolta il vento
asciugare l’erba,
senti cantare il seme
ascolta i vecchi che
hanno voglia di ballare
e sopra un ponte
le bugie di un pescatore
e le domande di
un bambino appena nato
che crede a qualunque
risposta gli dai
ascolta
l’uomo e le sue distanze,
la fame e le speranze
nel primo traffico
dell’aurora
senti nell’aria la primavera
ascolta, guarda respira
senti la gente
svegliarsi piano
fare l’amore anche con nessuno
ascolta quello che siamo
quanto odiamo, quanto amiamo
quando lo stadio spegne
i fari e va a dormire
ascolta i sogni
che la gente porta via
se la ragazza fra la
pioggia e il marciapiede
t’insegna la sola
canzone che sa
ascolta l’acqua
e la sua memoria
l’uomo e la sua miseria
ascolta quello che hai
dentro al petto
e che non hai mai detto!
Prima di metter
le mani addosso
a chi ti ha solo capito male
ascolta dentro te stesso
senti pregare chi non ci crede
e le poesie di un carabiniere
ascolta, fatti stupire
cambiare, guarire
ascolta quello che hai
dentro al petto
e che non hai mai detto!

Pooh

Paure perdute

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Tra i timori con i quali ci imbattiamo durante la vita credo ve ne sia uno che sovrasta per potenza tutti gli altri, capace di immobilizzarti il cuore per sempre, ed è quello di non essere riconosciuti, di non essere amati.

Per troppo tempo mi sono scontrata con questa paura, ed ogni volta sconfitta e delusa mi sono ripiegata nel dolore più atroce che una persona e una figlia in particolare può provare, la sofferenza di non essere voluti, proprio da chi ha deciso che tu venissi al mondo, l’atrocità della negazione, la ferocia di non essere abbastanza importanti, e l’amarezza di non contare nulla o a sufficienza per essere amata.

L’ho affrontato questo sgomento, l’ho preso di petto, l’ho guardato e consapevolizzato costringendo e sfidando il terrore di uscirne finita per sempre, e al contempo ho cominciato a cercare dentro me chi ero, la mia identità frastagliata, fatta a pezzi dai dubbi e da mille incertezze, mi sono ricostruita pezzo per pezzo ed ora so di essere intera, anche se resto fragile, perché già rotta e riparata, da ogni crepa del mio cuore, ogni tanto esce un piccolo residuo di mastice che mi è servito per ricompormi ed allora comprendo che devo usare il fiato dell’amore e della compassione per risaldarmi, per continuare a vivere e sperare come la mia anima grida e sempre continua a ricordarmi.

Giusy Montalbano

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“Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone.

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri) a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”
Reiner Maria Rilke (tratto da i quaderni di Malte Laurids Brigge)