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Talvolta, certe letture e parole hanno un’effimera consistenza, simili alla naturalezza svagata delle superfici del corpo portandosi via solo le ambrate tracce del sole sulla pelle. Polvere di parole che mai smuoveranno quel che rimane dentro, quella leggera felicità delle piccole cose; come certi umori penetranti del mirtillo di bosco, macerato nei giorni dei sorrisi e dell’intenso odore delle torte calde di forno, mentre uno sfavillio di bianca farina gioca coi raggi del sole tangenti ai corpi, confondendo i margini di figure e cose; così non è difficile accorgersi che spesso la polvere delle parole ha lo stesso sapore e vaghezza.
Lentamente, percepisci nel lento depositarsi intorno, la chiusura di un sipario dove i dèmoni si annidano riportando in vita una nenia di continue partenze, perdite, vaghezze, segnando i confini di sottoterra.

Ciò che resta del sipario del tempo, sorprende intenzioni altre, asciugate dal vento sulla sventura di un rimorso da rigettare fino allo sfinimento. E quei predatori di parole, quelli che gioiscono sempre di ogni saccente banalità, svaniscono all’improvviso come una risacca che riecheggia un lamento di perdita, vele destinate a piegarsi perché non conoscono la profondità del mare, la direzione del vento. In loro s’intravede solo un senso naive della vita. Null’altro.

Si rimane in vita solo quando si desidera l’attesa; nonostante la vita- a poco a poco – perde noi strada facendo; ma quegli altri, quei pochi altri, (diversi dai predatori), agrimensori del verbo, alla facilità di morire dentro, alzano muri di oneste parole, serrando le palpebre degli occhi per preservare sogni veri e desideri puliti che non andranno mai via.

Si rimane in vita perché si attende qualcosa o qualcuno nella speranza, e perché il pensiero ama chi serra le palpebre per preservare sogni e desideri intessuti di fili presi a prestito da visioni di luce, in attesa di un Dio che, vagando tra le sabbie di un deserto, scorga orme che disegnano i tratti incorrotti dai giorni, nel tempo in cui si pronunciavano e si scrivevano solo parole sgorgate dal cuore. Per amare.
Solo per questo.

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Gli occhi delle donne vedono lontano, conoscono il rifugio e il riposo dell’ uomo. Forse, loro  hanno un dono in più nel cuore: un dono dal cielo affinché possano avere forza di resistere come vasi di creta in mezzo a vasi di ferro. Per questo accade che molte di loro sanno profondamente amare e dolcemente soffrire,  in silenzio; delicate e immense come una giovane alba primaverile.

Non è bastato

Occorre tanta luce sfavillante

su righe di pensieri grigi e spenti

ci vuole più di un sacco di polvere e sabbia

a ricoprire fosse aperte

da zingari e mercenari

mi hanno preso tutto

succhiata come un guscio

ingoiata  di  succo e  midollo..

non  è bastato.

sono rimasta intera

fatta di mille frantumi

tagliente e tenera

con il cuore fatto a conchiglia

che  Poesia veste di Mare

spoglia e lontana

irraggiungibile

piena di sale

solo così

bacio la Vita..

onda  dolcissima

diventa il mio fiato..

un respiro

nella mente

ogni abbraccio.