Quando…

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“Quando ti sentirai felice, non approfittarne. Condividi. Così, quando toccherà ad un altro sarai di nuovo avvolto dal suo profumo”. 
Mia nonna era una donna speciale: scriveva frasi di questo genere scritte su piccoli pezzettini di carta che poi mi lasciava nelle tasche. Forse, è proprio così: la felicità è il luogo dove più è vera l’immaginazione della realtà; e la realtà ha le sue mutevoli forme, diventa spesso un arcipelago degli archivi di testamenti traditi nell’acquiescenza di un sentire comune, nelle mancanze, nei tradimenti, nelle viltà, nel dolore.
Tutto ciò introduce ad una mancanza di qualcosa che si è sempre desiderato, lasciandoci il ruolo di catastrofe sempre  incombente: è, forse, questa mancanza parte della felicità?

Accade di noi, pur ignari,
dissetarci alla stessa fonte antica
nel silenzio che ci attarda
nello stupore di ritrovarci vivi
sul filo sospeso, nell’infinito
desiderio d’amore
senza confine.

Eppure…sentire

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Dimmi, tu: se hai una verità dentro
una carezza soffiata al vento 
un dolore che non ti lascia

Avresti, tu: una sciarpa per l’inverno
un fiore senza nome
il resto di un centesimo

Donami, tu: un canto
un sorriso, una filastrocca
l’ago per cucire un bottone

Tu avrai da me ogni cosa
appena mi sorridi
e un nastro d’oro ci unirà.

 Per quanto possa sembrare paradossale, il tempo ci rifiuta a noi stessi; esso contiene le stigmate dei nostri percorsi e ci cattura; e ogni volta sembra sia per sempre. Il cantico che si eleva può solo stregare (e mai essere compreso) come l’udire di viaggiatori che han facoltà di ogni astuzia. 

Solo alcuni rimarranno prigionieri di un’età del cuore che non ri-conosce il tempo e i suoi inganni, come spesso accade ai bambini e agli adulti che danno la loro vita per coloro che non hanno voce.

Una volta mia figlia mi chiese: cos’è la verità?
Le risposi, non senza sentirmi in difficoltà:  ogni cosa che ti avvicina al cuore e senti di gioirne, è un passo verso la verità. Se mi dici che mi vuoi bene e senti gioia dentro di te, allora hai incontrato la verità.
Lei  allora annuì. Senz’altro dire, prese il suo orsacchiotto e disse: ti voglio bene, avvolgendolo con le sue braccia.

 Quelle parole  erano un segno, come se la scelta di un dire del cuore volesse abitare la verità e lasciare fluire l’amore, in un senso di benessere e serenità.

E noi, che tanto trascuriamo il senso dell’amore, nella reciprocità di donarci, restiamo nella nostra vanità e presunzione di saperci materia che governa gli elementi di ogni cielo, trascurando la memoria  che ciò che ci potrebbe far felici è spesso la semplicità di un piccolo gesto, come desiderare di avvolgere tra le braccia un altro per farlo sentire bene. Ed è forse il solo momento in cui la verità viene ad abitarci.

Qualsiasi cosa pensiamo di questo spazio virtuale, di ciò che qui scriviamo, talvolta, può accadere che un nastro dorato si avvolge al petto e ti fa sentire come se stessi per essere abbracciata.

Fa sentire bene. E questo bene, per quanto microscopico, accende di nuova luce la miriade di pixel che invadono gli occhi: è un piccolo bagliore, non più frammentato, ma riconoscibile come una mano amica, o un soffio caldo e leggero.

E se qualcuno/a ti fa un po’ male, si può anche pensare che è in cerca di una verità che fa bene, ma non lo ha imparato ancora a dire le cose buone che ha dentro.
Forse, a suo tempo, ha perduto il suo orsacchiotto.