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Ci sono posti che gridano le cicatrici del tempo e ore che stordiscono di ricordi, e quando capita che si sovrappongano non c’è scampo, non ti salvi.
La piccola crepa sul davanzale, la formica che ci gira dentro,il vetro appannato, l’aria immota del pomeriggio, il gomito poggiato a sostenere il peso del pensiero, Rick Davis, il caffè amaro, il posacenere pieno, il libro lasciato aperto, la ciocca di capelli che cade sul viso , la mano che non la sposta, quell’odore di verbena che non sai da dove viene…
la sedia vuota.

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Succede sempre. Ogni volta che giro quell’angolo, l’incanto mi arriva come un pugno in pieno stomaco. C’è una stradina che percorro volentieri, una stradina che è la congiunzione tra altre due, un istmo nel mare di traffico e della confusione prodotta da quella parte di umanità che sempre scalpita, assediata dalla fretta. Finiti i palazzi, svolto, e gli occhi si riposano a questa visione, sempre la stessa, ma che racconta colori nuovi e odori diversi in cui il cuore si placa, allora rallento il passo per far durare più a lungo questa tregua tra me e l’ansia e stasera mi è venuta in mente una cosa che mi dicesti in una sera simile, sotto un cielo altro,. Dopo tanti anni ti devo dare ragione, in fondo tutto il dolore che ci procuriamo nasce dalla ricerca di qualcuno che ci voglia bene, il cui amore ci faccia sentire “interi”. Mi dicesti che quando si è capaci di amare molto alla fine si riesce a penetrare il cuore degli altri e che, a nostra volta, ne saremmo stati abitati, che ci sarebbero stati giorni in cui il loro silenzio ci sarebbe sembrato interminabile e avremmo creduto e ceduto all’abbandono ma poi sarebbe bastato un profumo dentro un alito di vento, come succede a me oggi in questo pomeriggio freddo di febbraio, e li avremmo sentiti ancora in noi con tutta la loro forza. I tuoi erano i pensieri di un ragazzo di diciassette anni che si affacciava alla vita, eri saggio già allora, e triste, e poeta inconsapevole, e il destino decise che non dovevi invecchiare, mai, e ti prese in una sera di solitudine su una strada provinciale avvolta dalla nebbia, dentro un’auto, lanciata a velocità folle, che nemmeno guidavi tu. Stasera mi sei venuto in mente così,e ti vedevo come allora, il viso liscio, la prima peluria che lo invadeva, gli occhi grandi e nocciola, i capelli scurie ingovernabili, il tuo essermi amico e angelo custode. E mentre cercavo spiegazioni a un pensiero che mi fa compagnia ma che tace da tanto, ho capito, grazie a te, che forse usa solo un alfabeto diverso.
“abbiamo tutti le nostre cicatrici, signor Heart”, disse il diavolo…
E’ vero che nessuno esce mai dalla nostra vita dopo esserci entrato, tu ne sei la prova e ti chiedo perdono se a volte dimentico di averti dentro, ma sai, mi abita una folla, di presenze e di assenze, sono invecchiata io, ho rughe e cicatrici che tu, per sempre giovane, non conoscerai.
Continuo lentamente a camminare, alzo gli occhi nel crepuscolo, al netto dalla pioggia di questi giorni, e so che adesso, qui, potrei anche ubriacarmi di cielo fino a morirne.

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A volte, quello che desidero è solo sporcarmi di erba e terra, macchiarmi di passione e fango, controluce, negli ultimi tramonti fuori.

A volte, tutto ciò che voglio è cielo limpido,non macchiato da orizzonti perduti…quel che cerco ha sguardi trasparenti dove non mi spaventa specchiarmi e mani che accarezzano senza alcuna avidità di voler prendere…

Adesso quel che voglio è  silenzio…un silenzio che metta a tacere tutto il rumore che sento..perchè c’è sempre da qualche parte nel mondo e per via una voce che non hai saputo ascoltare.

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Stasera sono qui, in una periferia qualunque, si assomigliano tutte in qualsiasi parte del mondo, raccontano di vite faticate, allo stremo, di dignità difesa ad ogni costo, di voglia di “esserci” nonostante l’abbandono in cui versano. Ma la periferia in cui cammino è la mia, quella linea che traccia il confine dell’anima col mondo, quella in cui sono veramente me stessa. Mi ci aggiro a piedi nudi (l’anima ha un pavimento fragile!), senza trucco, conto tutte le crepe prodotte dal tempo e dall’usura dei sentimenti, ognuna ha un nome, una storia tutta sua, insieme formano un reticolo sulle mie pareti, ingarbugliato, comprensibile a pochi. Ci metto il dito dentro, le percorro col polpastrello, emettono suoni alternati e confusi di risate, di pianti, di sospiri. Come in un braille leggo nomi, date, incontro parentesi che racchiudono incisi che credevo dimenticati, scorro volti, nel farlo inciampo su tarsie traballanti, quasi divelte, che formano il mosaico del mio tempo. Alcune, al tatto, si sgretolano, perdono materiale, come laterizi inservibili e consunti e non c’è cemento che possa ricompattarle perchè c’è un capocantiere che decide che non ne vale la pena. Ci sono poi quelle crepe in embrione che chissà mai se si fistolizzeranno, sono quelle di là da venire o di là da sparire, quelle delle ipotesi, che forse non diverranno mai assiomi, risparmiandomi nuovi cedimenti, nuovi crolli. Mi guardo intorno, i miei lampioni sono là, fedeli nel loro sfocato chiarore, le panchine vuote pure, ma ho come la sensazione che stia per finire un’era, che ci sia un cambiamento strutturale in atto..non so. Quello che so per certo è che vorrei portare su tela tutto questo, colori, dimensioni, prospettive, controluce, ma mi ci vorrebbe il pennello di Hopper e il suo tocco metafisico, quello che sa fare elegia della solitudine. 

Tutto l’amore che posso

vento

L’ho sospirato inalando il cuore

risucchiato in un vuoto d’aria

l’ho poggiato sul fianco scoperto

dove non arrivano braccia

invocato, richiamato

tra la voce e i pensieri…

tutto l’amore che posso

scoperchia il cielo

quando il soffitto mi cade sulla nuca

è sciabola di luce

che ferisce il buio, il gelo

che non sa più come avvolgermi..

e tu, anima mia ti strusci addosso

come fossi carezza: mani di raso

su labbra socchiuse.

Aspetto domani

q

Con la mia chioma indomita

di capelli increspati in mille pensieri

e gli occhi che sciolgono fila  scomposte

di assenze che non rispondono a nome

e mani con dita : dieci

come  grani di rosari

che  pronunciano,implorano,scivolano..cadono, e mescolano

sabbia

clessidra appannata in un tempo che

non so più contare

io soltanto aspetto domani

trascinata,incrostata, impastata

da farina di un sacco stracciato

dal vento che incurva la retta dei sogni

gobbe poggiate tra le vertebre

questo è  il peso del silenzio

quando l’anima leggera

canta l’attesa

sorridendo una gioia sconosciuta

io aspetto domani…

e non hai saputo che  t’amo

e non mi hai più detto ti amo

geme sulle labbra

una piccola goccia di sete troppo a lungo

bevuta.

Colapesce…

… sugnu cca….
sugnu cca o maista’

nta stu funnu di lu mari,
ma non pozzu cchiu’ turnari
vui prigati a la Madonna,
staiu riggennu la culonna

..Sono come te Culapisci…dal fondo del mio mare reggo la mia colonna..anche da qui si sente vento che smuove e agita e quando piove mi arrivano gocce in faccia che pungono come chiodi…la terra trema, traballa… ma il Mare  a me pare più forte!