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Lo sai, quant’è bello dire “Fare l’amore” in inglese? Si dice “To make Love, ed è un’espressione sconvolgente, perché non è come in italiano, in cui “Fare” può voler dire anche solo compiere un’azione, no; In inglese è “Make”, che vuol dire creare, far nascere qualcosa dal nulla. Come se l’amore lo creassimo noi con i nostri baci, e con le carezze, e con i morsi sui seni, come se noi fossimo così potenti da poter creare l’amore.
C.Zappalà

Lo sento il mare

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Lo sento il mare

“Ascolta! Ma’, voglio farti sentire il rumore del mare, lo senti? E’ bellissimo qui, credimi, ma mi fa tornare in mente il nonno”.

L’ho sentito, certo che l’ho sentito, ed io ad un tratto mi ritrovo catapultata sul lungomare di Porte Empedocle, i piedi bagnati dall’acqua salata, l’odore salmastra mischiata con quello forte e indefinibile profumo del gelsomino nelle notti calde d’estate,quando le cicale diffondono il loro canto,non sempre gradevole e una coltre di aria densa e rossastra si addensa sul mare,liscio come l’olio e blu scuro per il sopraggiungere della notte, sento il vociare di bimbi euforici per la gita al mare,la brezza leggera che scompiglia i miei capelli arruffati, le guance arrossate e la sabbia appiccicata sulla pelle bagnata e poi vedo lui, mio padre, seduto mentre gioca sulla riva e lascia scorrere dalle sue mani la sabbia che scivola e cade,lenta, i suoi occhi, così tanto simili ai miei,labirinti in cui perders, avvolti in ovatta morbida dove lo sguardo si cullava dolcemente, labirinti in cui mi piaceva perdermi inseguendo risposte a domande sfuggite, cercando occhi tra cespugli di bacche, correndo dietro a conigli di paesi di meraviglie,in cui ogni volta ci lasciavo pezzi di cuore, un cuore di principessa, ma ero già una donna, nei suoi occhi rimasta bambina, quella stessa che aveva perso, quella stessa che desiderava incontrare un giorno per raccontarle ogni cosa, per tentare di spiegare, una resa che lui stesso non riusciva ad accettare, una bambina, tutta occhi, di tenerezza e entusiasmo, vestita di delicatezza sfumata dalla durezza di una vita, fragile, eterea come un fiore di gelsomino, ed io avrei voluto guardarlo, come lui stesso mi chiedeva, guardare quegli occhi che per troppo tempo avevo potuto solo immaginare, osservare il disegno delle sopracciglia, l’abbassarsi lento delle palpebre, lo sguardo dolce e che poi improvvisamente diventava uno sguardo disilluso, stanco, deluso. Occhi macchiati da troppi distacchi vissuti, troppi egoismi subiti, troppe tristezze inutili, troppe amarezze raccolte come ortiche, troppi angoli in cui essere relegate come giocattoli che non divertono più.
La realtà spesso schizza sulla vita e ci macchia ovunque: nell’anima, nel cuore, sulla pelle.
E sono cicatrici anche quelle,indelebili, ma la dolcezza, la tenerezza tra noi, tra me e quell’uomo, mio padre, cercava sempre un sentiero sul quale poter portare avanti il suo cammino. E con una lacrima trattenuta dalla voglia e dal bisogno di crederci
ancora una volta, un giorno proprio sulla spiaggia avrei voluto dirgli: “Guardami, Pa’, sono nei tuoi occhi, riflessa nel tuo lacrimare che è stato per troppo tempo anche il mio, guardami!
Sono l’eco del tuo ricordo, la voce del tuo volere, la sillaba che resta sulle labbra per timore di non essere compresa, sono l’abbraccio che non ci siamo mai scambiati, proteso in un sogno,guardami, sono il tuo sangue intriso di passione ed anche rabbia, per ogni silenzio che non meritavamo, guardami! Non c’è dubbio, incertezza, paura, non ci sono accuse e nemmeno giudizi, non ci sono rancori strozzati e colpe da dividere, ma sorrisi, sguardi, abbracci rapiti, non c’è rumore o tempesta, ma armonia, delizia di suoni, melodia, non c’è pianto o pioggia,ma gocce di arcobaleno e i colori del nostro futuro pieno di comprensione e perdono …guardami Pa’ ! Sono tua figlia, quella che ti ha rapito gli occhi alla sua nascita, quella che nei tuoi occhi torna .
Non ho usato nessuna di queste parole, e forse gli ho sussurato un timido, imbarazzato:”Ti voglio bene, ricordarlo sempre” e l’ho abbracciato forte, in quella stretta avrei voluto poter stringere tutta la vita che ci eravamo persi, insieme, lui ha capito, sono certa, mi ha accarezzato piano le mani e mi ha sussurato con la voce rotta dalle lacrime : Piciridda mia, abbiamo le stesse mani..guarda, uguali !
Lo sento il mare, ed ogni volta vedo lui, quel padre tanto amato, quel padre a cui ho perdonato colpe, quel padre che torna nei miei pensieri come il mare, tempestoso e calmo, potente e tranquillo , scorre sull’anima insieme alla mia voglia di abbracciarlo sempre, rimasta a metà. Troppo presto la morte ha scritto fine per ogni possibile possibilità.
Aveva 53 anni e non ha avuto il tempo di capire la potenza e la forza della pietà, del perdono.

G.M

Il senso del perdono

Grazie..ho trovato un pensiero che si adatta al mio.

Quote Shots!

Il perdono prende senso, trova la sua possibilità di perdono solo laddove esso è chiamato a fare l’impossibile e a perdonare l’imperdonabile. […] il perdono, se ce n’è, deve e può perdonare solo l’imperdonabile, l’inespiabile — e quindi fare l’impossibile. Perdonare il perdonabile, il veniale, lo scusabile, ciò che si può sempre perdonare, non è perdonare.

M. Recalcati, Non è più come prima, 88

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La mia Poesia

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La mia Poesia è una barca
che naviga sul mare dei piaceri e delle pene
tra i tumulti e il silenzio
tra il sangue sempre acceso
è acqua a placare sete

La mia Poesia è un taglio sul bastone
del dolore
dalla fessura invisibile
distribuisce il balsamo per lenire e curare
bilancia l’amore così da alleggerire il peso

dei giorni e delle ore
per costruire un nido nelle mani da donare.

G.M