Calore

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Ho l’abitudine quasi maniacale di conservare tutto, i miei cassetti reclamano ordine e criterio, non butto mai nulla se non vengo costretta da urgenza di fare posto a qualcosa di veramente importante, ho una strano modo di selezionare gli oggetti, mi dispiace scartare e gettare , abbandonare.
Dei miei figli ho mille cimeli : il primo nastrino, la prima bavetta, la prima ciocca di capelli, il braccialetto della nascita, il biglietto d’auguri del loro papà, le prime scarpette e così via fino alla loro prima foto da “grandi” a fare smorfie davanti all’ obiettivo della macchina fotografica.
Ogni tanto mi tuffo in mezzo a queste cartoline del tempo e rivedo ogni istante di vita passato con loro.
Nutro una devozione profonda per ogni segno della loro storia e fiera ne seguo le tracce per non dimenticare mai.
Purtroppo per quanto mi riguarda ho pochissime fotografie che mi ritraggono bambina, forse soltanto due , tre al massimo, che hanno resistito indenni alle intemperie della mia vita, le conservo come reliquie, le maneggio sempre con estrema cura e dedizione, tanto sono importanti.
In compenso ho la memoria che mi viene in aiuto, a dire il vero per un certo tempo credo di aver rimosso molte cose, ma poi i ricordi pian piano e con gli anni sono emersi con naturalezza, qualche volta mi hanno pizzicato forte facendomi fremere di tristezza e paura, qualche volta li ho lasciati scorrere osservandoli da lontano, quasi con distacco per timore di sentire ancora male, fino ad abituarmi alle loro visite, fino a stringerli nello stomaco e farmi colpire prima con un pugno e poi con una carezza, quella della consapevolezza e dell’accettazione.
Ogni tanto, adesso, mi piace ripensarmi, se mi tuffo a ritroso nel tempo e mi vedo correre e giocare vengo investita da una sensazione bellissima di leggerezza, ebbrezza e quasi felicità.
Credo di essere stata un attenta, temeraria ricercatrice folle della gioia, la volevo disperatamente, anelavo ad essa con tutte le forze: Un raggio di sole bastava a lambirmi, il profumo di un fiore bastava a farmi esultare di dolcezza probabilmente perché sapevo che questa stessa felicità, questa stessa euforia era delicata, fragile e camminava perennemente sul filo di un rasoio.
C’era sempre un ombra minacciosa che scrutava i miei battiti e si nascondeva in agguato pronta a stritolarmi il cuore.
Succedeva spesso di sera, poco prima di addormentarmi, l’amarezza mi cingeva la mente, mi braccava, circondandomi fino a farmi piangere a dirotto senza riuscire a smettere fino a quando mi abbandonavo esausta tra le braccia di Morfeo, riuscendo così a placare i singhiozzi.
Mi rivedo, in un dormitorio, un camerone che odorava di candeggina , con tutti quei lettini in fila, una sulla parete destra e un’altra su quella opposta, tutti uguali, con le stesse coperte, le stesse lenzuola, la stessa identica solitudine.
Il mio lettino era il terzo della fila destra, accanto a me dormiva da un lato Claudia che per addormentarsi dondolava la testa in continuazione cantando qualche canzoncina che somigliava a una nenia funebre, dall’altra parte c’era Concetta che si svegliava ripetutamente a causa di un sogno ricorrente, spaventata a morte da un certo signor cento che la inseguiva al buio, e poi c’erano le tre gemelline, Enza, Maria, Rosanna, Pinuccia, Angelina…e molte altre di cui ricordo a fatica i nomi, ma ti cui non ho scordato gli occhi e il vuoto.
A loro mi sento unita da un filo invisibile , e sono convinta che i legami più forti e veri nascono quasi sempre dalla condivisione, con loro ho spartito parte della mia fanciullezza e tutta una grande solitudine, malinconia, gioie, attese e paure.
Eravamo sole, tutte, senza madri, senza padri, abbandonati o per meglio dire, lasciate in custodia temporaneamente che per qualcuno di noi voleva dire da un tempo ormai senza tempo, incalcolabile,lasciate lì con la promessa di un ricongiungimento familiare prossimo a venire.
Eravamo in convento, nel convento femminile di Suore Francescane che da tutti veniva chiamato “Orfanotrofio“ perché in passato ospitava soltanto orfanelli e figli di NN ,lasciati alle porte del cancello come pacchi a sorpresa da crescere e curare.
C’erano sere e notti in cui il dolore era lancinante, sentivo un sasso crescere a dismisura proprio al centro del petto fino a impedirmi il fiato, ad opprimermi erano i pensieri, continui, martellanti: non riuscivo a ricordare il viso di mia madre, quello di mio padre, da quanto tempo mi trovavo lì, quanto ancora ne doveva passare prima di rivederli, prima di uscire? perché ero in quel posto? quali le ragioni che avevano spinto i miei genitori a fare a meno di me, a crescermi, ad amarmi, abbracciarmi? Domande su domande, un fiume di quesiti senza risposta da non riuscire mai a scorgere alcuna riva.
Immaginavo, fantasticavo, disegnavo visi e parole, sognavo profumi e melodie che parlassero della mia vita, delle mie radici, fino a cadere sconfitta, schiacciata dalla tristezza.
Al risveglio era tutto un tentare di dimenticare, di non pensare, era investirsi di allegria, giocando a mascherare la malinconia, era riuscire sempre a trovare una ragione per sorridere ed essere felice.
Inseguivo amore e tenerezza, in ogni cosa, negli occhi quasi assenti e distratti delle suore, nei muri e in tutte quelle cose che indossavano una parvenza di vitalità e che invece sentivo distanti, apatici, severi e inaccessibili.
Capitava, qualche volta, che la mia spensieratezza e la mia allegria scaturivano negli altri attenzione, meraviglia e persino sguardi che brillavano di morbido calore umano ed allora restavo commossa, sconvolta come se sentirsi amati anche solo per un istante significasse rinascere ancora, questo mi esaltava e i miei occhi grandi e pensosi versavano gocce di bellezza, con la loro luce e il loro tormento fino ad emanare calore, tanto calore da bastare a ripararmi da tutto quel freddo che mi pungeva sempre nelle ossa.
Quella sensazione di freddo non mi ha mai abbandonata e mi ha trasmesso una convinzione: quelli come me, che hanno vissuto tanto tempo senza famiglia, che sono stati deportati, hanno sempre freddo, come se tutto il fuoco del mondo, non potesse mai bastare, e per tutta la vita cercano una fonte inesauribile che emani calore, che ricordi il camino acceso in una casa.
Sentiamo il richiamo misterioso e irresistibile del riparo e della protezione che soltanto un casa intima e calda riesce ad offrire quando fuori è sentirsi smarriti, non voluti, abbandonati.
Io ho cercato con tutte le forze e l’ostinazione che mi contraddistingue, tutto ciò che mi scalda , il mio camino, l’ho trovato nella sacralità dei miei affetti più cari, l’ho inventato e immaginato dove non era possibile potesse resistere, l’ho spartito con generosità e cuore , con l’unica certezza che dove c’è amore e dedizione lì c’è sempre un rifugio affidabile e inespugnabile dove potersi scaldare quando niente è abbastanza.
Casa, casa ,casa …ho dovuto aspettare anni per avere un’idea di casa, il convento è stata la mia casa, con le giornate scandite da impegni e regole, senso del dovere, disciplina, con le sue finestre e le sue inferriate di ferro arrugginito, grate che mi separavano dal mondo, e il mondo te lo potevi soltanto immaginare fartene un’idea durante le uscite comunitarie per feste religiose, ed allora era soltanto sentirsi gli occhi della gente addosso che ci additavano e sussurravano parole di pena al nostro passaggio: guarda, arrivano le orfanelle! poverette! E noi in fila per due,mano nella mano vestite a festa, con la gonnellina blu plissettata e il maglioncino a dolcevita bianco, a testa china a evitare la curiosità e gli sguardi, intimorite dalle persone del mondo.
Me lo immaginavo tutte le mattine, quando mi recavo a scuola, perché in convento la scuola era fuori, il Natale, la Pasqua, la domenica e tutte le feste era no fuori, all’ interno i giorni erano tutti uguali tranne le uscite.
Lo sognavo, al ritorno dalla visita a casa della nonna, quando incontravo mia zia e la sua famiglia ed i suoi bambini chiassosi e curiosi che mi tempestavano di domande sulla vita in convento.
Da mia nonna, si respirava aria di casa, ma era triste lo stesso, soprattutto sapere che non avremmo mai potuto restare a dormire, che la sera bisognava rientrare a dormire in convento.
Allora anche quella stessa idea di casa e famiglia svaniva insieme ai passi di ritorno e tutto, ogni entusiasmo, ogni speranza veniva inghiottita dall’asfalto che mi conduceva insieme a mia sorella verso il cancello, dalle suore.
Le visite dalla nonna, diventavano soltanto passaggi, soste, distrazioni e piccole pause ad interrompere la mesta quotidianità di sempre.
Le uscite, le poche rare uscite dal convento rappresentavo ogni volta un risveglio del dolore che bruciava sempre di ferita aperta e che non aveva alcuna possibilità di asciugare. Al contrario di mia sorella, timida e schiva che appariva sempre apatica e lontana anni luce da ogni cosa, io approfittavo di questi avvenimenti per raccogliere tutte le informazioni possibili circa i motivi della nostra permanenza in convento.
Domandavo a chiunque capitasse sotto tiro, di mia madre, di mio padre, se li conoscevano se sapevano qualcosa che mi potesse tornare utile a fare chiarezza in mezzo a tanta confusione.
Mia nonna, poi era la mia vittima preferita, chi meglio di lei poteva conoscere la verità, chi meglio di lei poteva sapere e raccontarmi dell’origine del mio destino in quel posto? Da lei ero riuscita esasperata che i miei genitori si erano separati per incompatibilità di carattere, per meglio dire, mia madre era fuggita con me e mia sorella abbandonando mio padre, esasperata dalle liti, dal vino, dalla fame e dalle botte.
Almeno da quel momento conoscevo la ragione della mia permanenza in convento, non mi restava che aspettare, soltanto attendere che mia madre trovasse un lavoro, che guadagnasse a sufficienza per permetterci di vivere insieme a lei,ci aveva affidato alle suore prima di partire per il nord, io non avevo che un anno,mia sorella esattamente di undici mesi più grande.
Di mio padre non riuscivo a sapere nulla, o quasi tranne il fatto che di lui era meglio non provare a parlare, era preferibile non indagare oltre, la reticenza, le allusioni e i silenzi delle persone mi facevano credere questo.
Avevo cinque anni appena, all’ epoca di queste informazioni e sentivo sulle spalle il peso di mille anni di storia, di parole non dette e la netta sensazione di essere nata in una famiglia “sbagliata”.
Credo per un po’ di anni non ho posto domande per timore di sondare un terreno paludoso, pieno di insidie, ho messo a tacere la mia curiosità, ho smesso di districare nodi di ferro, fatti di bugie e verità celate e mi sono accontentata di aspettare.
Tutto mi appariva colossale, enorme, tutto ciò che pensavo di sapere veniva continuamente spezzato, diviso per dissolversi in mille frantumi.
Tutta la gente, ad iniziare dalle suore, con cui venivo in contatto, non riuscivano a fare a meno di esprimere la loro opinione, il loro disappunto, la loro pietà e tutto il loro disincanto quando azzardavano un pronostico sulle sorti del mio destino, questo diventava intollerante per il mio piccolo cuore che di grande manteneva soltanto la verde speranza dei miei pochi anni magici e sognanti.
In alcuni momenti la mia realtà mi appariva come un mare visto dal mare, immenso, maestoso, esteso ed ogni parola un eco rimbombante, un onda che ad ogni semplice movimento scaturiva il disordine.
Mai come allora ho compreso il significato dell’attesa, ne ho calcolato il peso e il timbro della sua schiettezza ed ho cominciato a riempire al memoria di silenzio e voci.
Nella mia mente echeggia il suono delle foglie al vento, rivedo le pennellate dei raggi del sole e le decorazioni sul muro di pietra del cortile del convento, posso sentire il tono delle parole, razzi colorati di fantastiche invenzioni e di dolce tenerezza lanciati contro la coltre grigia delle nuvole pregne di pioggia, ma quello che riesco a scorgere nettamente e il sapore del sangue del mio cuore rannicchiato nel cuore di mia madre lontana.
Anche se lontano e distante, io stavo sempre con il pensiero rivolto a lei e con l’immaginazione la stringevo mille volte al minuto,attorcigliandomi stretta ad un unico grande desiderio: quello di rivederla.
Immaginarla, sognarla diventava calore, si trasformava per magia in una fonte di riparo, perché il dolore, il freddo, la mancanza, l’assenza erano nascosti in ogni camera, in ogni parete e in ogni pietra.

G.M

6 pensieri su “Calore

    1. Grazie a te Caterina! Che dire, cosa aggiungere? Leggi i miei scritti e vedi un fiume d’emozione..è proprio questo mio “sentire” è paragonabile ad un flusso d’acqua in piena che corre e sente l’esigenza di riversarsi, in altri fiumi, nel mare grande di qualche anima che come me ha desiderio di incontro, abbracci, vita così da continuare a scorrere da un cuore all’altro senza potersi fermare…
      Un abbraccio, caro dal mio cuore al tuo,che tu possa sentirne il “calore” così come lo sento adesso io mentre arrivo a te! Un sorriso.
      Giusy

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