Cenere e brace accesa

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Sono attratta irresistibilmente dalla voce e le rughe dei vecchi, loro custodiscono la memoria, nascosta tra i segni del tempo, incisa nelle pieghe delle loro mani stanche,dipinta nei loro sguardi assenti e lontani…altri mondi che sento di non aver ancora avuto il tempo di percorrere.
Da bambina ho avuto il privilegio di ascoltare tante volte la voce della mia cara nonna materna “Pippinedda”, di lei porto il nome, alcuni tratti somatici, l’irruenza e l’entusiasmo ,la vivacità e un incontenibile curiosità che mi spinge sempre a sondare, cercare, frugare il fondo di ogni cosa, come se non ci fosse mai fine a nulla. Ho passato pomeriggi interi appoggiando la mia testolina sulle sue ginocchia, annondando con le dita ciocche dei miei capelli, con la bocca socchiusa tra attesa e stupore per ascoltare racconti tramandati da secoli di padre in figlio, le storie più assurde piene di fascino e magia.
La nonna paterna “Calì” l’ho conosciuta da adulta, quando un giorno balzando dal letto ho sentito improvvisamente l’impulso di prendere un treno per recarmi al paese natìo per incontrarla e siccome io solitamente ho qualche difficcoltà a frenare una richiesta che sento nascere da dentro e tendo nel possibile di assecondare certe “intuizioni”, mi sono recata nell’entroterra siculo, in un paese che sembra fermo nel tempo, mi sono addentrata tra vicoli stretti e case diroccate percorrendo scendendo e salendo scalini di pietra tra ammassi di case e vie strette, sono giunta davanti a lei con il cuore stracarico di emozione e attesa, stringendola forte come tutta la vita dimenticata.
Calì, che donna! A “niura” così la nominava mia madre per via della sua carnagione scura,una donna che sembrava possedere mille anni, e non per via del suo viso scavato e rugoso, non per le mani con le arterie che assomigliavano a rami che non sapevevano più dove scorrere e nemmeno per le sue palpebre cadenti come persiane che aprendosi allo sguardo rimandavano a paesaggi distanti, oscuri e misteriosi, ma tanto per la sua voce, il suo portamento così fiero, regale, il suo carattere così determinato, ostinato coerente fino alla morte con il suo credo di vita.
Lei un giorno di quei giorni, mi prese per mano e dopo tante tante parole si portò un dito sulle labbra per ammonirmi al silenzio e mi invitò a seguirla, una camminata che ricordo avvenne in un mutismo religioso fino a giungere davanti ad una casa che stava per cadere a pezzi per via di un incendio che l’aveva devastata. Vetri rotti, fuliggine sui muri e porta marcia da cento dulivi e trasandezza.
“Pinù, chistà è a to’ casa, cca a nascisti, Via Bivona, era la casa di me madri, cà nu jornu iu ti vinni a salvari di lu focu, u tanciru vicino a lu letto pigghio focu, tu eratu curcato idda lu letto, tutto si appicciò , u viri? Tu neddi ti fascisti, mancu na bruciatina! picchì a sapiri che prima di u parrinu attìa ti vattìo lu Signuri cù u so focu!”
Traduco per chi non capisce il dialetto siculo, ma mia nonna sapeva esprimersi solo in questa maniera: questa è la tua casa, era la casa di mia madre, sei nata qui, un giorno io ti ho salvato dal fuoco,lo scaldino( allora in Sicilia veniva usato un piccolo braciere di rame dove bruciava carbone e bucce di mandorle, serviva per scaldare il letto e per dare tepore alla casa in inverno)vicino al letto prese fuoco, tu eri coricata sopra il letto, tutto si bruciò, ma tu sei rimasta illesa, nemmeno una piccola ustione. Ti dico questo perchè deve sapere che prima del prete tu sei stata battezzata dal Signore con il fuoco.
E’ inutile dire che quella rivelazione mi sconvolse, mai mia madre fino allora si era lasciata sfuggire questa confindenza, forse in cuor suo provava troppa vergogna per avermi dimenticata sola e indifesa in una casa che avrebbe preso fuoco.
Ho ripensato spesso a quell’episodio, ho sempre in mente quel che mi disse nonna Calì , la sua lettura di quel fatto drammatico, certo lei era davvero una donna di fede, fede autentica, rigorosa nei precetti e timorata da Dio. Aveva semplicemente la facoltà di leggere i segni, nelle persone, nelle cose, teneva in mano un filo di corda dura che l’ha mantenuta fino alla fine dei suoi giorni legata all’invisibile, l’ignoto, a tutto ciò che non si vede con gli occhi ma con l’anima.
Dalle sue parole ho compreso che ognuno di noi ha una profezia scritta all’origine dei suoi giorni e che è compito di ognuno trovarla, che bisogna cercarla per manifestarla e comprendere il proprio senso, che forse fintanto che non si vede e si legge siamo destinati a vagare come anime perse nel nulla.
Io ho cercato e cerco di interpretare la mia , ho un punto di partenza che è: Salvezza nel fuoco, da qui parte ogni tentativo di definirla, da qui parte la mia ricerca, ogni tanto aggiungo una parte ma sento che manca ancora qualcosa.
Sono stata avvolta nelle fiamme e ne sono uscita illesa, mi azzardo a credere che quel fuoco mi ha segnata nel profondo, che deve essere scappata una scintilla che si è fermata all’interno e che continua a bruciare incessantemente..un calore immenso che viene dal profondo e che non può essere spento, ci brucio io e per questo che qualche volta mi sento cenere spenta che contrasta con Luce che arde.

G.M

  

La scena più bella del film “Balla coi lupi”…. non è una semplice danza intorno al fuoco ma la consapevolezza di entrare a far parte di un mondo che ti era sconosciuto e che adesso ti senti di far parte…I due animali della prateria, il lupo e il cavallo, con il loro sguardo accolgono con stupore questo nuovo spirito….mi commuove!

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