Fotografie

GiusyOggi guardo ogni cosa con i miei soliti occhi, eppure le palpebre cadono stanche ho ciglia che assomigliano a persiane, battono il tempo ai primi segni di luce.
Il tavolo della cucina è ricoperto da un tappeto di fotografie, ci sono tutte le foto dei miei figli e della mia famiglia che ho salvato dai vari traslochi, ci sono quelle che mi sono state regalare dai parenti lontani, quelle prese a casa di mio padre dopo la sua morte e soltanto due e dico due di numero, mie, che risalgono al periodo della mia infanzia in  convento.
Una in particolare, non riesco a smettere di osservarla, un visetto incorniciato da morbide onde, le gote paffute e rosse e due occhi grandi che parlano.
<<I tuoi occhi mamma, si riconoscono sempre…non sono cambiati, hanno la stessa espressione!>>, dice mia figlia, rigirandosi la foto ormai strapazzata dagli anni tra le dita.
<<Sapessi amore, come e a che prezzo sono cresciuta! Guardami meglio! Tutto inizia, tutto cambia, ogni mio desiderio sepolto disegna mappe che mi insegnano a sorridere, adesso>>.
Sono piena di segni del tempo, di lagune, distese di manti di notte e rocce che si affacciano sul mare, sono colma di campi innevati silenziosi, ovattati e strade disegnate da presagi decifrate dalla terra che mi ha visto camminare.
Io la guardo, questa foto con gli occhi di allora e ci vedo la mia voglia di gridare che restava impigliata balbuziente tra i denti, e la paura di essere sola, lo smarrimento e la tristezza come una spada nel cuore che rompeva le parole, ci vedo un vestito per la festa che aspettavo e mai arrivava e le scarpette in pelle lucida a cui mancava un fiocchetto perché chi me le aveva regalate lo aveva fatto proprio per questa ragione e lo aveva fatto platealmente davanti a tutti chiedendo la parola in un giorno di scuola…ed io mi ero sentita morire dalla vergogna e dall’imbarazzo che provano coloro a cui manca qualcosa, per i giorni a seguire avevo cercato con tutte le forze di seppellire l’episodio in un buco nella memoria, per non provare più quel disagio.
Le guardo con gli occhi di adesso e sorrido…sorrido della mia sensibilità che mi rendeva così fragile e vulnerabile ad ogni parola, ogni sguardo, ogni cambiamento di tono, umore e intenzione mascherata e taciuta,ogni proposito svelato.
Abbozzo un sorriso, stretto tra i denti ed è una smorfia ridicola che mi mostra invece che mascherarmi, per il pegno pagato per aver capito in anticipo il conto che la vita mi avrebbe riservato da scontare negli anni, in amarezza, delusione e
impotenza .
Tutto cambia, fortunatamente anche adesso che riprendo questa fotografia e ci vedo qualcosa di nuovo, qualcosa di conquistato e di cui adesso ho il coraggio di dare un nome, un significato.
Penso che questa ricerca continua di un senso ad ogni singolo evento della mia vita, questa possibilità che mi sono data per cercare di comprendere l’origine di ogni malessere, di ogni turbamento, questo mettermi in discussione sempre, il desiderio di migliorare e di continuare a crescere rappresenta per me un’ancora di salvezza nell’intrigato gioco delle luci e delle ombre.
Non ho mai temuto lo specchio, non ho mai temuto di guardare attraverso la finestra o una fotografia.In convento c’era un bagno enorme in comune con tutte le compagne, lungo la parete più lunga una fila di lavandini e nella parete opposta uno specchio da soffitto a pavimento che rifletteva l’immagine di tutte noi occupate a pettinarci e sistemarci, lo specchio rimandava sempre un’immagine collettiva, quasi mai unica e isolata, si andava nello stesso momento ed eravamo in tante a fare la stessa cosa.
Mi sono vista sempre insieme a qualcun’altra delle mie compagne, e quelle rare volte in cui mi sono ritrovata a specchiarmi sola mi sono sentita strana e incompleta .Guardarsi insieme è sempre confortante, insieme si vedono cose che a noi
sfuggono, insieme nasce il confronto e la differenza.
Nel bene e nel male insieme impari a conoscerti e qualche volta persino a difenderti e proteggerti, qualche volta ancora serve per accettarti per ciò che sei, diversa e uguale.

Se ripenso alla fotografia di me bambina con il vestito bello e le scarpe difettose, capisco che quello è stato l’inizio per vincere il senso di vergogna e umiliazione che capita di sentire quando ti manca qualcosa , perché nel mio sguardo di allora
c’è scritto che sarei stata comunque bella che avrei avuto in seguito mille altre cose importanti, che avrei avuto la possibilità in seguito di sentirmi ricca di amore e sentimenti che valgono più di ogni altro bene del mondo, che oggi la mia dignità potrebbe  essere umiliata soltanto se offendo i valori e i principi sui quali baso il mio rapporto con la vita e instauro uno scambio di condivisione con chi mi circonda..

Fotografie come gli occhi per cogliere e concedere, da tenere chiusi e sigillati per timore o spalancati e aperti per capire e comprendere, sguardi della Vita nella Vita, per recuperare un pezzo di memoria, una traccia un ricordo per salvaguardare il cuore dalla dimenticanza , per non dimenticare quello che mi ha fatto sentire piccola, sperduta e confusa e quello che invece mi ha innalzato oltre nella speranza, per affrontare la preoccupazione di conoscere e sapere chi sono, e  poter  quindi riconoscere  uno sguardo limpido e radioso che supera in bellezza ogni segno infelice della mia storia.

4 pensieri su “Fotografie

  1. Scrittura deliziosa. Anch’io sai adoro le foto antiche… Ne conservo tantissime…
    Le tue emozioni colorano un’immagine bellissima di te… Quella del cuore…
    Buona serata, cara… Un abbraccio
    Simo

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